Non sono nessuno. Non sono nessuno per parlare. Non sono nessuno per avere una opinione su una storia che non è la mia. Quindi l'invito è ascoltare, anzitutto o solamente, la voce di chi è protagonista della propria storia. Io ne conosco parti perché ho scelto di interessarmene da diverso tempo. Mi hanno insegnato a battermi a fianco degli oppressi e contro i tiranni. E quando sono andato per la prima volta a Srebrenica, almeno una parte di me è sempre rimasta lì e ogni tanto si ricollega al resto.
Succede che da anni ogni volta che rimetto piede a Srebrenica mi fermo a fissare un monumento. Arrivando da Potoćari, lo guardo dalla strada principale, che se la cerchi su google maps si chiama ancora ulica Maršala Tita ma nei cartelli è stata cambiata in ulica Republike Srpske dall'aprile del 2024, cosi come tante altre vie rinominate con nomi di criminali di guerra. Lo guardo dal bar sopra il centro commerciale bevendo un caffè con amici mentre i loro figli giocano sullo scivolo; lo guardo arrivando dalla strada che scende dai paesi al confine con la Serbia. Quella stessa strada la si può vedere in vari video, è stata percorsa con calma da Ratko Mladić e dai suoi carri armati giunti fino a li indisturbati, nonostante la città fosse stata dichiarata zona protetta dall'Onu. Quello stesso stabile dove oggi sorge il centro commerciale lo si vede nei video alle spalle di Mladić in una tristemente famosa dichiarazione per chi conosce questa storia. L'11 luglio 1995, prima di proseguire verso Potoćari e dare continuità alle uccisioni e compiere quello che sarà il genocidio, proprio da quella piazza dichiara che in quel giorno la città verrà restituita ai serbi, vendicandosi finalmente dei turchi, riferendosi ai bosgnacchi. Lo dice in quel punto dove oggi dei bambini dorati fanno il girotondo su di un mappamondo dorato. Un monumento alla pace, nell'esatto punto in cui veniva dichiarata la condanna a morte di 8372 (...) persone. E questo ci deve interrogare sul significato di pace nel concreto.
Cosa rimane a Srebrenica? Una città Simbolo dei massacri compiuti in tutta la Bosnia, un Simbolo a parole perché nei fatti si è nella Repubblica Serba di Bosnia sancita dagli accordi di Dayton, con una municipalità da diversi mandati negazionista.
Cosa resta a chi ci torna dalla diaspora e ancor più a chi ci vive, se la città Simbolo ha questo genere di simboli? È morto Mladić, ma la quotidianità di chi é lì è fatta di queste cose, subdole, lente, spesso celate nelle maglie della burocrazia perché il fascismo si muove molto con la propaganda ma poi si materializza in piccoli gesti quotidiani apparentemente insignificanti, di cui se non ne conosci il significato e non cogli le conseguenze reali, nemmeno te ne accorgi.
Spesso mi sento dire che interessarsi alla Bosnia non è attuale, da persone che magari scendono in piazza con slogan e spillette con le angurie. Invece credo lo sia sempre. Per capire per esempio che unə può esser statə socialista, partigianə o esserne discendente e ciononostante aver preso parte o negare un genocidio, al pari di esser stato vittima o discendente di vittime di un genocidio e oggi giustificarne un altro. Se avessimo imparato di più dalla lezione bosniaca forse oggi non saremmo a questo punto, e se a distanza di 30 anni non si conosce e non si insegna nella scuole il significato del fiore di Srebrenica fra altri 30 potremmo non ricordarci nemmeno delle angurie.
In questi giorni si vede nei media il volto di Mladić in varie epoche, il macellaio/boia per tanti, l'eroe da glorificare per altri. Leggete Ivica Dikić nel suo "Metodo Srebrenica" per capire quante "banali persone" hanno contribuito direttamente a quel genocidio e massacri che sono costati migliaia di vittime in tante altre città in Bosnia-Erzegovina. E quanta ancora la responsabilità internazionale sottaciuta? La giustizia penale ha fatto il suo corso che rimarrà iscritto nella storia ma per avere cura del presente, del futuro e anche del passato, aldilà di tante analisi, quel che serve sono le relazioni. Per questo ha senso ancora interessarsene, condividere momenti, ascoltare i racconti di ieri e di oggi, andarci, passare del tempo insieme. Sapendo che tanti non ne vogliono più parlare, per molti ogni immagine e parola in più rappresenta una ritraumatizzazione. Che non incontrerete eroi. Solo ordinarie donne e uomini che hanno fatto e fanno scelte con cui confrontarsi.
Il mio pensiero va, ora come non mai, a tutte le persone che ho il piacere di poter chiamare amiche, alle loro famiglie, e anche quelle che non conosco.
Non dimentico la Bosnia-Erzegovina