La chiamarono emergenza. Lipa cinque anni dopo

23 Dicembre 2025

Incendio al campo di Lipa in Bosnia il 23 dicembre 2020

Cinque anni da un rogo, che poteva essere un incendio divampante per i diritti, invece tutto è caduto nell’oblio. Tutto passa, anche chiedersi i perchè. Il perchè un campo vada in fiamme, le dinamiche. A volte il fuoco lava mani, ripulisce meglio dell’acqua. A Moria, come a Lipa.

Cinque anni da un evento, uno dei tanti, tanto da chiedersi quale sia il senso di ricordarlo. La chiamarono emergenza, perchè quando si parla di persone in movimento, di migranti, tutto è sempre intriso di emergenzialità. Permette di abbassare le soglie, a un livello che nella normalità mai si accetterebbe, permette di usare scorciatoie con la scusante dell’urgenza. Tempo, non c’è tempo, il tempo è denaro. Nell’emergenza tutto si accetta e tutto passa, passa il dolore, passa l’ingiustizia, non ci si guarda indietro. Ecco allora che fare memoria di uno specifico evento forse aiuta a capire un po’ meglio il presente oltre al fatto che, come ci ricorda Karahasan, le rovine sono testimonianza della Storia.

Cinque anni da un rogo, che poteva essere un incendio divampante per i diritti, invece tutto è caduto nell’oblio. Tutto passa, anche chiedersi i perchè. Il perchè un campo vada in fiamme, le dinamiche. A volte il fuoco lava mani, ripulisce meglio dell’acqua. A Moria, come a Lipa. La chiamarono emergenza, quando nel 2019 sgomberarono il campo di tende di Vucjak, era sempre dicembre, e c’era la neve tra le montagne di confine tra Bosnia e Croazia. 700 persone spostate come pacchi in un campo a Sarajevo, dopo 8 mesi di rastrellamenti da parte di polizia ed esercito nel centro cittadino di Bihać, dove, per le strade, si voleva far sparire la presenza di ogni forma di vita migrante. La chiamarono emergenza quando iniziò il periodo del Covid, con sgomberi delle aree informali, squat e jungles e il trasporto coatto verso Lipa, mentre in tutta Europa e nel mondo intimavano di limitare gli assembramenti.

La chiamarono emergenza il 23 dicembre 2020. Eravamo vicini al Natale cattolico, appena usciti dall’incubo dei lockdown, con ancora numerose restrizioni. C’era bisogno di un tema su cui focalizzare l’empatia e la solidarietà, fu perfetto. Più di mille persone in fuga dalle fiamme in ciabatte e coperte sulle spalle tra le bianche distese sottozero dell’altopiano del parco naturale della Una, Bihać, Cantone Una-Sana, Federazione di Bosnia Erzegovina, Stato di Bosnia Erzegovina.
Prigioniere di un gioco politico tra le varie autorità locali e l’Unione europea che, seppur nell’emergenziale emergenza, non azzardò minimamente la riapertura di canali com’era avvenuto 5 anni prima, quando la rotta balcanica era stata per qualche mese un passaggio legalizzato di frontiere.

Più di mille persone costrette per giorni all’interno di autobus sovraffollati, li attendeva un campo raso al suolo, tende militari in condizioni disastrose. Ci dissero che servivano fondi, e piovvero fondi, raccolte di ogni tipo per i migranti della Bosnia, solo soldi perchè di attivisti e volontari che dessero aiuto nell’emergenza pare non ci fosse bisogno. Anzi, quelli erano da espellere e denigrare, ieri come oggi. Così come i cittadini locali che finirono nelle liste di proscrizione perchè solidali con le persone in movimento.

Occhio non vede, tasca non duole, proviene da lì il tesoretto sul quale poi si rifondò il campo di container, finanziato negli anni anche da diversi ministeri di Paesi membri dell’Ue, tra cui l’Italia. Un campo, come ogni campo, dove da prima e da allora passano persone respinte e vittime di violenze sistematiche e sistemiche. Un luogo di confinamento in cui non si è oggettivamente detenuti ma dove si viene portati in maniera coatta, dove si trovano persone che non vorrebbero doverci stare, provenienti dai mondi più disparati, con l’obiettivo di raggiungere altri Paesi, magari dove si trovano altri famigliari, una comunità che li aspetta, un lavoro che permetta di ripagare il debito di viaggio e mandare le rimesse a casa. Da dove non si torna indietro, se non per mezzo della deportazione indotta targata Oim, indorata come rimpatrio volontario, e da dove, se si vuole andare avanti, c’è solo da affidarsi al traffico. Rifugiati, richiedenti asilo, lavoratori che devono ogni giorno rischiare la vita per finire a essere esercito di riserva ricattabile per il Capitale europeo. Temporary reception center. Centro di “accoglienza” temporaneo. Un ossimoro simile ai Centri di Permanenza temporanea, forse un caso o forse semplicemente chiamato così perchè preludio a centri come quello di Gjader, nell’ampia gamma della devastazione dei diritti, della vulnerabilizzazione, dell’umiliazione.

Ma nell’emergenza passa tutto, passa il dolore, si abbassa la soglia, si passa all’accettazione e si ragiona pensando che si sta meglio di prima, è meglio della guerra, è meglio della Turchia, è meglio di Samos, è meglio della Libia, è meglio di una lapide con scritto NN come quelle disseminate a centinaia nei cimiteri lungo la Drina. E allora anche i campi sono una cosa buona.

In questi 5 anni apparentemente nulla è cambiato. In realtà diversi altri campi della zona sono stati chiusi, quindi chiunque, di qualunque età, se ha motivi per doversi fermare o viene deportato dalla Croazia, finisce a Lipa. Lontano da tutto e tutti, il classico non luogo per dirla con Augè, un posto che non ha e continua a non avere nulla a che fare con la storia del contesto in cui si trova, un’isola tra le montagne, necessaria al proprio duplice scopo. Fingere di accogliere e fingere di confinare, dipende dal prezzo. Per alcuni il prezzo è rimanere bloccati e sviluppare dipendenze da Lyrica o altri psicofarmaci, per altri è finire nelle mani di gang criminali come la BWK ed essere oggetto di sevizie e riscatti da far pagare alla propria famiglia, per altri morire per la negligenza del servizio medico o di chiunque nel campo ne sia stato silente testimone, dopo giorni di richieste di aiuto ignorate e disumanizzate. Mukhter Hossain, morto poche settimane fa a Lipa, poteva, doveva, essere salvato. E se di questa storia se ne sa qualcosa, è solo grazie agli attivisti che continuano a essere osteggiati.

Chi ha avuto modo di entrarci, dopo aver visto o aver lavorato in campi tra Medio Oriente, Grecia, Tunisia e Italia, di Lipa dice che non c’è nulla da vedere all’interno a meno che non si sia ispettori per il controllo dei requisiti. Chi lo gestisce è molto accorto nel far vedere solo ciò che si vuole far vedere. Comprensibile. Chi ci vive invece, può essere incontrato tranquillamente fuori, pubblica sui social immagini e video, non c’è nulla di non raccontato, un ennesimo paradosso: la linea tra il dentro e il fuori, come se non si trattasse di un punto tra migliaia di chilometri e di anni nella vita di queste persone, fatti di quotidianità tra container, temperature impossibili, rapporti stretti con ogni genere di polizia e trafficante. Nell’emergenza tutto passa.

Ma non tutto rimane uguale, anzi peggiora. Peggiorano le condizioni di chi arriva in Unione europea, perchè il silos di Trieste, come i cavalcavia di Ventimiglia, non sono diversi da Saint Denis a Parigi, dalla jungles di Calais, dal Maximilian park a Bruxelles. E allora si pensa “Bei tempi quelli di Lipa, quasi ci torno, chiedo il rimpatrio volontario, almeno avevo un container”

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